Il ruolo degli avvocati nel processo per la morte di un bambino

Quando muore una bambina di due anni sotto i colpi di chi avrebbe dovuto proteggerla, il processo penale non è solo un fascicolo: è il luogo in cui una comunità chiede giustizia e prova a dare un senso all’insensato.
In quell’aula siedono due avvocati, di fronte alla stessa tragedia ma con compiti diversi: il difensore dei familiari della vittima e il difensore dell’imputato. Entrambi sono vincolati agli stessi doveri di indipendenza, lealtà, probità, dignità, decoro e diligenza ma li declinano in modo differente, perché diverso è l’incarico che ricevono.

L’avvocato dei familiari: dare voce al dolore, non alla vendetta
L’avvocato dei familiari è la voce di chi non c’è più. Nei reati contro un minore questa funzione è evidente: il bambino non può raccontare, spiegare, difendersi. Il difensore di parte civile ricostruisce i fatti dal punto di vista della vittima, chiede che il dolore dei familiari sia riconosciuto come torto giuridico, chiede un risarcimento che non risarcirà mai il “prezzo” di una vita ma rappresenta il segno pubblico della responsabilità.
La sua responsabilità morale è incanalare la sofferenza in una domanda di giustizia e non di vendetta. Ciò significa spiegare con onestà che cosa il processo può fare e che cosa non potrà mai restituire; evitare promesse impossibili; trasformare rabbia e smarrimento in richieste processuali fondate, senza cedere alla tentazione di “alzare i toni” solo per compiacere l’emotività.
Questo avvocato deve essere vicino alla famiglia ma non farsi travolgere dalla sua stessa emozione. L’empatia è necessaria, ma non può sostituire la distanza professionale: è questa distanza che gli consente di dire dei “no” difficili – a iniziative mediatiche lesive della dignità della bambina, ad azioni giudiziarie temerarie, ad esposizioni pubbliche che trasformerebbero il dolore in spettacolo.

L’avvocato dell’imputato: difendere la persona, non il fatto
Difendere chi è accusato di aver ucciso una bambina di due anni è, agli occhi di molti, “indifendibile”. Eppure, è proprio in questi casi che si misura la tenuta di un sistema di giustizia: il diritto di difesa non è un premio per chi ci piace, è una garanzia per tutti, soprattutto quando il reato fa orrore.
L’avvocato dell’imputato non è il custode della sua innocenza morale ma il garante del fatto che nessuno sia condannato senza prove, senza contraddittorio, senza il rispetto delle regole. Difendere significa controllare la solidità dell’accusa, interrogare il nesso causale, discutere la qualificazione giuridica del fatto, proporre letture diverse delle prove. Non significa negare l’evidenza, fabbricare alibi, umiliare la vittima.
Anche qui la coscienza professionale è decisiva. Un avvocato può rifiutare un mandato se sente di non poterlo svolgere con equilibrio; può scegliere linee difensive adeguate e può consigliare al proprio assistito, quando le prove sono schiaccianti, di assumersi le proprie responsabilità, evitando processi che riaprino ferite senza alcuna prospettiva concreta.
I limiti non sono solo giuridici ma etici: introdurre prove false, orchestrare testimonianze, usare i media per screditare la vittima è incompatibile con i doveri di lealtà, probità e dignità. Tutto ciò sarebbe una forma di violenza ulteriore, questa volta compiuta nel e col processo.

Due ruoli opposti, una stessa responsabilità verso la giustizia
Sul piano umano, l’avvocato dei familiari è percepito come “dalla parte giusta”, quello dell’imputato come “dalla parte sbagliata”. Ma sul piano dei doveri professionali, entrambi sono – o dovrebbero essere – dalla parte del diritto.
Se manca una difesa forte e leale della vittima, il rischio è che il processo minimizzi la gravità del fatto, che il dolore resti senza parola giuridica. Se manca una difesa forte e leale dell’imputato, la condanna smette di essere una decisione di giustizia e somiglia pericolosamente a una vendetta collettiva.
In un processo come quello per la morte della piccola Beatrice, il compito degli avvocati non è contendersi il monopolio del bene ma accettare di stare, da lati opposti, sotto lo stesso vincolo: cercare una verità processuale che sia il più possibile fedele ai fatti, pronunciata nel rispetto della dignità di tutti, a cominciare da chi non può più parlare.
È qui che la formula d’impegno dell’avvocato smette di essere una frase di rito e diventa scelta quotidiana: ricordare, ogni volta che si entra in aula, che la difesa non è mai solo un mestiere tecnico ma un modo di prendersi responsabilità davanti alla giustizia e davanti alla propria coscienza.

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